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Via libera all’Ucraina in Europa. Zelensky: “Giorno storico”. Ma i Balcani sono in rivolta

La cronaca della guerra in Ucraina

06.50 “Passaggio storico”. È l’espressione più diffusa oggi a Bruxelles, dove il Consiglio europeo ha ratificato la proposta della Commissione di concedere lo status di paese candidato all’UE per l’Ucraina (e la Moldova). E infatti dovrebbe essere solo un giorno di festa, perché il sì rappresenta una scelta geopolitica per l’Unione. Al Consiglio, invece, è scoppiato lo psicodramma dei Balcani occidentali: nessun risultato tangibile, per loro, dal vertice con i 27 per i veti incrociati. “Questa è una brutta pagina”, ha detto l’alto rappresentante per la politica estera dell’UE Josep Borrell. Mentre Volodymyr Zelensky ha giustamente esultato: “E’ un momento unico”, ha detto il presidente ucraino, che si è collegato al vertice in video subito dopo la fumata bianca per ringraziare i leader.
La questione dei Balcani, invece, è molto più contorta. Albania e Macedonia del Nord, dopo anni di riforme, non riescono ad ottenere l’apertura dei negoziati di adesione a causa del blocco della Bulgaria, che sbarra la strada a Skopje per motivi di identità. Il premier filo-occidentale Kiril Petkov è arrivato a Bruxelles ufficialmente sfiduciato dal Parlamento, con una crisi politica al massimo dell’esplosione, in parte proprio per aver cercato di sciogliere il problema. La Francia ha tentato la mediazione, con un piano attualmente all’esame dei deputati in sessione straordinaria, che prevede però anche modifiche costituzionali per la Macedonia del Nord. “Così com’è, la proposta francese per noi è inaccettabile”, ha tuonato il primo ministro macedone Dimitar Kovacevski. A complicare le cose, i sondaggi in Bulgaria: se andiamo a nuove elezioni, i partiti populisti e filorussi rischiano di ottenere molti voti. Quindi devi muoverti con delicatezza.
Esattamente il contrario del premier albanese, Edi Rama. Che ha sparato a palle incatenate. “È un peccato che un Paese Nato, la Bulgaria, tenga in ostaggio altri due Paesi Nato, Macedonia del Nord e Albania, nel bel mezzo di una guerra nel nostro cortile e che altri 26 membri dell’Ue rimangano fermi e impotenti”. Il problema è sempre l’unanimità. E infatti Borrell, cupo, ha ribadito l’ovvio: “Dobbiamo andare oltre, non possiamo continuare ad accettare che un membro blocchi tutto”. Ma per ora è così.
Se questo è l’ostacolo più acuto, ci sono altri ostacoli. La liberalizzazione dei visti per il Kosovo, ad esempio. O la concessione dello status di paese candidato alla Bosnia ed Erzegovina. Ecco, su questo punto, è iniziata una battaglia tra Slovenia e Austria che chiede più coraggio ai leader europei. Nelle conclusioni del vertice, oltre al capitolo che chiedeva una “accelerazione” del processo di allargamento, c’era quindi un passaggio dedicato alla Bosnia in cui il Consiglio si diceva pronto ad esaminare la candidatura, ma dopo una relazione del Commissione sull’attuazione delle riforme. La vera discussione, però, è come, quanto e in che forma investire nel futuro, domanda a cui si unisce la proposta di Emmanuel Macron di creare una “comunità politica europea” che non sia alternativa al processo di allargamento, ma che può accogliere pienamente tutto lo spirito europeo. Forse anche tenendo il Regno Unito al suo interno.
La proposta ha raccolto gli applausi del presidente serbo Aleksander Vucic (le cui orecchie sono state comunque strappate per il mancato allineamento con le sanzioni contro la Russia). “Sarebbe l’unico modo per i Balcani di essere ascoltati e, allo stesso tempo, di confrontarsi con l’Ue”, ha spiegato. Macron ha alzato la posta. “Vediamo molta fatica in alcuni paesi a causa dell’allargamento, che è un percorso lungo e difficile”, ha affermato. “Invece, anche alla luce della guerra, bisogna andare più veloci: l’Ue non può lasciare un vuoto geopolitico”. I leader ne parleranno ma in questo vertice non si deciderà nulla. La visione lunga, per l’Unione, resta un cammino a tappe, non senza ostacoli. Ma intanto c’è soddisfazione per una svolta.

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