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Gran Bretagna, Boris Johnson si dimette: «Nessuno è indispensabile»

Il premier britannico Boris Johnson ha annunciato le sue dimissioni da leader del partito conservatore e dal governo, specificando però che resterà in carica fino a quando il partito Tory non avrà scelto il nuovo leader. Il premier dimissionario ha precisato che il processo comincerà immediatamente e che il calendario delle elezioni sarà annunciato la prossima settimana. BoJo ha aggiunto che in politica nessuno è “remotamente indispensabile” ma che purtroppo se ne va perché il suo era “il miglior lavoro del mondo”. “Il nostro brillante sistema darwiniano produrrà un altro leader”, ha osservato, assicurando che darà al suo successore tutto il supporto di cui ha bisogno. «Il motivo per cui ho resistito così tanto in questi giorni non è solo perché volevo farlo ma perché sentivo che era il mio lavoro, il mio lavoro, il mio dovere di farlo.

Un processo di dimissioni graduale

Un processo di dimissioni a tappe destinato a lasciare il Regno Unito in uno stato di sospensione per tre mesi, ricco di incognite e la cui resistenza resta da verificare. Ma questo almeno sembra rimuovere l’ombra dei timori di una crisi istituzionale con la regina Elisabetta, 96 anni. È lo scenario che si delinea oggi a Londra dopo l’annuncio delle dimissioni di Boris Johnson da leader del Partito conservatore, forza in larga parte maggioritaria alla Camera dei Comuni, con l’impegno a lasciare automaticamente la carica di primo ministro solo dopo il elezione di un successore alla guida dei Tory: prevista per ottobre, grazie al ritiro del Parlamento per la pausa estiva che inizierà tra due settimane.

Scandali scoppiati per BoJo

Il processo scelto da Downing Street, dopo la resa a testa alta di BoJo alle conseguenze degli ultimi scandali e alla raffica di dimissioni della sua squadra, prevede le dimissioni immediate – oggi – dalla dirigenza del partito. Ma con una fase di permanenza alla presidenza del premier per il tempo necessario ai conservatori per eleggere, con procedura ordinaria, un nuovo o un nuovo capo sotto gli auspici della Commissione 1922, organo interno del gruppo parlamentare: una procedura che prevede la raccolta delle candidature dei pretendenti in Parlamento e quindi una serie di successive votazioni tra i deputati conservatori per la scrematura della lista – attraverso l’esclusione di volta in volta dei meno sostenuti – fino a lasciare due candidati residui (se non si è nel frattempo ottenuto il consenso di una maggioranza qualificata di parlamentari) per essere affidati allo scrutinio definitivo per corrispondenza tra una platea di deputati. Questa sfida, tenuto conto del ritiro, è destinata a durare fino all’inizio di ottobre, cioè alla vigilia della conferenza annuale (congresso) del partito.

Dimissioni a catena

Un interregno che, però, alcuni membri della stessa parrocchia Tory ritengono insostenibile. Tanto più che Johnson ha visto dimettersi una cinquantina di membri dell’esecutivo su circa 150 (tra posizioni senior e junior), e che sostituire gli esiliati – o riportarli in parte indietro – non sarà facile. Da qui l’idea alternativa di un processo più frettoloso per Johnson, che dovrebbe prevedere anche la sua sostituzione a Downing Street con un ufficiale ad interim – sulla carta, il vicepremier Dominic Raab, uno dei suoi fedelissimi, se fosse disposto ad accettare – beh prima di ottobre: ​​un’idea che, però, va fatta per digerire Johnson, senza che si sappia quali pressioni dal momento che nessuno può legalmente obbligarlo a dimettersi da primo ministro in quanto vincitore delle elezioni politiche di fine 2019.

Sventata una crisi istituzionale con la regina

Per ora, però, sembra dissipato l’incubo di un terzo scenario: quello evocato fino a questa mattina della possibilità che Johnson, asserragliato a Downing Street nonostante la rivolta del partito, possa giocarsi la carta dello scioglimento della Camera dei Comuni e convocare un voto di autorità. previsto kamikaze nazionale. Una prerogativa che la legge britannica assegna al premier, con il solo obbligo della controfirma sovrana, dopo la revoca nel 2019 di una riforma del 2011 che l’aveva invece delegata all’approvazione dei due terzi della Camera; ma ciò avrebbe messo in imbarazzo Elisabetta II (14 primi ministri finora nel suo lungo regno), costringendola a scegliere se assecondare la prassi dettata dai desideri di un capo di governo non più sostenuto dal grosso della sua maggioranza o sbarrargli la strada con una negazione e un atto politico estraneo alla tradizione della monarchia costituzionale britannica.

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